Polvere, grasso, unto, fango, muco, letame. Nessun moderno cittadino associerebbe questi termini, sozzi già al pronunciarli, ad un qualunque significato positivo per l’esistenza umana. Eppure, al contrario di quanto si potrebbe pensare tutto ciò a cui si riferiscono non ha sempre avuto accezione di «sporco» nel corso della storia umana.

Per comprendere la radicale trasformazione di tale significato in termini è necessario un breve excursus antropologico/etimologico nel divario Pulito/Sporco di cui siamo ormai inconsapevolmente permeati e che ben si ricollega al dibattito tra Naturale ed Artificiale affrontato nel numero 58 di «Villaggio Globale».

Bisognerebbe innanzitutto chiedersi cosa sia la sporcizia e, di rimando, cosa la pulizia. Nel mondo moderno si definisce sporco qualunque elemento che non sia pulito. Ciò che si direbbe tautologia allo stato puro. E infatti, il problema non si risolve facilmente neanche nel caso si voglia spostare, per semplificazione, la discussione sul contrasto tra inquinato e salubre. Come vedremo la definizione di «inquinamento» nasconde la stessa fallacia, che causa notevoli imbarazzi nel mondo scientifico ed industriale, dello «sporco». Volendo ricorrere al prezioso aiuto dello studio etimologico delle parole si ottiene lo stesso gioco di tautologia circolare che associa a sporco il contrario di pulito ed a quest’ultimo il significato di non-sporco. È dunque un’atavica mancanza di concretezza l’assenza di un netto confine tra i due concetti o una recente mistificazione del significato? L’antropologia può esser d’aiuto. A quanto pare i popoli detti ctoni, cioè quelli che vivevano o vivono in comunità mobili o semi-mobili di cacciatori-raccoglitori, non sembrano riconoscere alcun senso ai due concetti né possiedono alcun termine nel loro idioma che definisca lo sporco ed il pulito. Né tra i boscimani, né tra i pigmei, né tra gli uomini rossi dell’Amazzonia si è mai sviluppata l’accezione che tanto pervade i mass media moderni. Ogni pubblicità di prodotti per l’igiene della persona e della casa, il bagno, la toletta del cane, etc. rievoca alla mente del passivo uditorio la necessità di «pulirsi» in quanto «sporcati» da un’infinita pletora di tremendi agenti ed orribili sostanze.

Sembra proprio, dunque, che tale ambigua antitesi sia una derivazione dei giorni nostri ed, in massima sintesi, della vita in società. Per risalire al momento storico esatto in cui inizia a svilupparsi l’idea di pulizia sembrerebbe necessario correre sulle ali del tempo sino al passato recente quando le basi dell’igiene, dalle scoperte di Louis Pasteur in poi, hanno portato una giustificazione al mito della pulizia.

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Quando è nato lo «sporco»

 

In realtà, sebbene in forme differenti, l’esigenza di mantenere pulito qualcosa è sempre stata presente nella mente dell’uomo sin dall’avvento dell’agricoltura. Ovviamente i primi contadini non si curavano di smaltire le proprie deiezioni con sistemi efficienti, né di lavare le proprie mani ad ogni pericolo di contaminazione, ma erano convinti, ad esempio, che per far crescere meglio le loro piantine dovessero sradicare le «erbacce» e «pulire i campi dagli insetti dannosi».

Nel Medioevo l’incremento della proprietà privata fornì un ulteriore stimolo allo sviluppo del senso di pulizia, che si adattò perfettamente alla necessità di mantenere le case sgombre dalle feci degli animali da fattoria, dalla polvere o dal fango. Nel Rinascimento iniziarono a comparire alcune prime forme di raccolta dei liquami e di convogliamento delle acque nere, insieme ad un aumento dei prodotti (ricavati soprattutto dal grasso di maiale) di abluzione del corpo. Miti e leggende su bestie feroci dalla pelliccia putrida e dai denti insanguinati e su foreste infestate da macabri spiriti si tramandarono attraverso l’Illuminismo sino all’XIII-IX secolo decadentista per divenire la base portante su cui fondare il muro che sancisce ciò che è sporco e ciò che non lo è.

Il graduale distacco dal mondo naturale, avviato con la stanzialità ed il governo delle tecniche agricole (quindi, sostituire la Natura con l’illusione del controllo e dell’efficienza), ha portato alla fallacia di quello che oggigiorno definiamo essere pulito e salubre, piuttosto che sporco ed inquinato. Chiunque, con un po’ di riflessione, concorderà sul fatto che nel mondo naturale posto al di là della fantomatica barriera umana (della cui mistificata non-artificialità ho discusso nel precedente numero della rivista), non può assolutamente esistere nulla di sporco. Nessun animale, infatti, può definirsi sporco né tantomeno i suoi bagni d’acqua, di polvere (come fanno antilopi, zebre, gnu ed elefanti) o di fango (come nel caso dei facoceri, dei maiali selvatici o dei potamoceri) vengono effettuati per esigenze di pulizia. Terreno, parassiti, foglie sono elementi presenti nelle vite degli animali (e delle piante) e quelli che noi definiamo bagni nulla hanno a che vedere con il nostro significato di «lavaggio». L’uomo moderno si lava per pulirsi. Per eliminare le tracce di sporco, cioè di elementi estranei a se stesso, dal proprio corpo. Gli altri animali ed i cacciatori-raccoglitori umani effettuano bagni per rimuovere elementi che compongono l’ambiente che li circonda.

 

Il confine fra l’umano e il non umano

 

Ecco, pertanto, che il concetto di sporco può nascere soltanto quando si pone un segno di confine tra l’umano e il non umano, tra l’uomo e l’animale, tra la civiltà e la Natura, tra il naturale e l’artificiale. Marcato questo territorio tutto ciò che proviene dall’altra parte è definibile come «non-pulito». Un cane randagio è tendenzialmente ritenuto sporco, come il fango sulle scarpe o l’insetto che ci cammina sulla schiena. È tirandoci fuori dal mondo naturale, sentendoci al di là (e, per derivazione, destinati all’aldilà), che possiamo definire ciò che non riteniamo provenire dall’al di qua umano, un sudicio infestatore delle nostre esistenze. Quanti prodotti reclamizzano «la lotta contro lo sporco» inneggiando ad una battaglia dagli scenari apocalittici?

Definito, quindi, che la Natura non può per definizione essere sporca poiché nessun elemento in essa è posto al di là di qualunque confine, è importante riconoscere che nel corso degli ultimi decenni una seppur limitata fetta di esseri umani ha iniziato a comprendere il pericolo molto più consistente derivante non da ciò che proviene da oltre il confine che abbiamo stabilito con la Natura, ma da ciò che l’uomo stesso realizza e produce.

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Sempre più ci si è accorti che le sostanze prodotte dalla Rivoluzione industriale ed emesse dalle moderne e tecnologiche fabbriche sono quanto di più sporco possa esistere. Ci si è resi conto che è più sporca la benzina del fango fuoriporta. Che è più pericoloso il tabacco mischiato al catrame del tanfo del pollaio. Numerosi studi scientifici hanno confermato che la produzione di sostanze inquinanti da parte dell’uomo sta seriamente minacciando la vita degli ecosistemi e che in pochi decenni il livello di estinzione delle specie raggiungerà tassi mai visti durante la lunga storia evolutiva della terra. La stessa salute umana è in pericolo e lo studio dell’Igiene è diventato abbastanza diffuso nei Paesi occidentali.

Paradossalmente sono proprio questi Paesi i primi produttori di sostanze pericolose per la salute e per l’ambiente e gli stessi prodotti creati per «pulire» dallo sporco che giunge dall’altra parte del confine, vengono ritenuti colpevoli di insorgenza di allergie, malattie polmonari, tumori. Recenti ricerche hanno confermato che bambini cresciuti in campagna ed a contatto con la terra e gli animali tendono ad ammalarsi più difficilmente ed a soffrire meno di influenze, asma ed allergie dei bambini vissuti in città.

La maggior parte dei detergenti contiene derivati del benzene, composti volatili cancerogeni e sostanze altamente inquinanti. I profumi al muschio bianco sono comprovati cancerogeni. I truciolati ed i cuscini ultra-igienici sono, in realtà, imbottiti di ritardanti di fiamma con notevole potere mutageno sul Dna. Così gli sterili ciucci per bambini o le tutine ipoallergeniche sono zeppe di ftalati che facilmente passano dal sangue al nucleo delle cellule e provocano tumori. L’assurda caccia alle streghe, perpetrata ai danni di un finto sporco, si è ritorta (così come tante altre presunzioni umane) contro di noi creando uno sporco reale che dall’avvento dell’agricoltura in poi ha visto un crescendo di sostante immesse nell’ambiente in quantità tali da essere definite altamente inquinanti (o meglio «sporche in senso stretto»). Infatti il concetto arbitrario e spesso errato di inquinamento (anche una grotta colma di guano di pipistrelli ripodottisi oltremisura potrebbe essere definita inquinata) trova un senso da un punto di vista umano nella quantità e nel numero di emettitori. Poiché in Natura l’equilibrio dinamico assicura che nulla sia troppo o troppo poco, aggiustando con meccanismi retroattivi la squilibrata produzione, è possibile definire l’inquinamento soltanto se si stabilisce una soglia, così come nel caso del pulito/sporco, oltre la quale è legittimo definirlo tale.

Viene da sé che questa soglia è totalmente arbitraria ed antropocentrica: la maggior parte dei limiti imposti per legge sugli inquinanti atmosferici, del suolo e dell’acqua è commisurata alla tutela della salute umana e non degli ecosistemi. In linea di principio si può stabilire cos’è inquinamento quando si valuta la quantità di elemento prodotto dall’azione di una specie che non può rientrare nei tempi di riciclo naturali (ad esempio, la plastica si decompone con un bioritmo che è di gran lunga superiore a qualunque processo di riciclo dei polimeri organici) e quando si considera il numero di fonti d’emissione (ad esempio, la CO2 emessa dall’innumerevole quantità di fonti umane non può essere riassorbita nell’ambito temporale del ciclo preposto dalla fotosintesi in atto sulla Terra).

 

I tempi della natura

 

Così definiamo, negli ultimi anni, inquinamento qualunque sostanza prodotta dalla nostra specie in quantità e da un numero di fonti tali da non poter essere riciclata con un ritmo biologico. Ci è voluto molto tempo e l’impegno di scienziati ed ambientalisti coraggiosi per riconoscere che le emissioni di policlorobifenili (Pcb) non sono la stessa cosa delle emissioni, ad esempio, di terpeni dalle piante. E non perché non siano essi «naturali», poiché essendo prodotte nell’ambito della Natura lo sono indubbiamente, ma perché non rispettano i tempi di riequilibrio della natura. Il petrolio non inquina se passa dal suolo all’atmosfera e viceversa nei milioni di anni che sono necessari alla vita per adattarsi al processo; inquina quando la vita non è più in grado di adattarsi alla velocità del passaggio.

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Dunque, lo sporco non esiste sino al momento in cui non si pone un confine tra il naturale e l’artificiale, tra l’uomo e la Natura (ad es. il fango non è sporco), ma esiste se, posto il divario, l’uomo inizia produrre qualcosa ad un ritmo insostenibile per il pianeta (il fango contaminato con dietiltuloammide, usato nella lotta alle punture di zanzara, o mercurio diventa sporco).

Le popolazioni indigene non hanno, allo stesso tempo alcuna distinzione tra cibo biologico e cibo non-bio perché non conoscono la necessità di doversi assicurare di mangiare cibo sano, non «sporcato» da pesticidi ed anticrittogamici. La constatazione che ancora oggi si ritenga l’alimentazione biologica un’esigenza di nicchia, una frazione della normale produzione alimentare umana è allarmante e conferma la mistificazione che nel corso dei secoli si è realizzata sul concetto di pulito. Il 90% del cibo che finisce sulle tavole di quello considerato il «Mondo Sviluppato» è contaminato da 5-35 sostante con effetti dannosi per la salute potenziali o accertati. Carne, verdure ed ortaggi contengono oggi la più alta percentuali di pesticidi mai contenuti in tutta la storia dell’alimentazione umana. Il pesce, l’ultimo prodotto «selvatico» ormai destinato all’estinzione in Natura se consumato all’attuale ritmo, è un concentrato di metalli pesanti ed idrocarburi aromatici.

Eppure l’alimentazione «pulita», quella biologica libera da residui chimici di sintesi, viene ancora considerata appannaggio dei più facoltosi o dei più facinorosi. Addirittura è stata di recente messa in discussione da uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista «Nature» secondo il quale se tutta la popolazione mondiale mangiasse biologico non ci sarebbero abbastanza terre coltivabili. Ovviamente il paradigma artificialista ed antropocentrico prevale anche nel mondo della scienza e gli avventati autori hanno omesso di riportare due fondamentali condizioni affinché tutti possano mangiare in maniera pulita: la riduzione della popolazione mondiale (che è la principale strategia contro ogni problematica ambientale e sociale) e la riduzione del consumo di carne e derivati (che sottrae all’agricoltura circa il 70% dei suoli coltivabili ed il 90% dell’energia di trasformazione).

D’altra parte in un mondo convinto dai media che il pericolo sporcizia derivi dalla Natura e non dalle nostre cieche azioni è difficile anche per gli scienziati cancellare quella linea tracciata negli ultimi 10.000 anni e guardare il mondo come un immenso organismo che non ha bisogno di lavarsi perché non sa cosa significhi esser pulito, non essendoci nessuno a sporcarlo.

Pubblicato su Villaggio Globale di Settembre 2012 http://www.vglobale.it/index.php?option=com_content&view=article&id=14628%3Ae-luomo-creo-lo-sporco&catid=1175%3Anoi-e-la-natura&lang=it

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